Sergio Cararo - L'ultimo mattatoio scatenato
da Israele a Gaza ha alzato l'asticella delle vittime: quasi 1900, più
dell'operazione Piombo Fuso che aveva segnato la “soglia” precedente di
una asimmetria del dolore e della brutalità militare in una Palestina da 66 anni alle prese con l'occupazione coloniale israeliana.
Adesso sembra che dopo l'orgia di bombe, droni, cannonate, missili e
quant'altro si sia raggiunta la tregua. Molti si augurano che regga,
troppo pochi si augurano che la fine delle ostilità non rappresenti
altro che il ripristino della intollerabile situazione pre-esistente a
Gaza: una prigione a cielo aperto dalla quale non si può fuggire neanche
sotto i bombardamenti. Che prima o poi torneranno a fare strage di
innocenti.
Quanto avvenuto a Gaza e in Palestina in questi
decenni svela una parte significativa delle contraddizioni inaccettabili
delle attuali relazioni internazionali, ma abbiamo l'impressione che
l'ultimo mattatoio a Gaza riveli anche qualcosa di più ed estremamente
preoccupante.
In questi anni la realtà dei “due pesi e due
misure” ha agito sistematicamente nella trattazione della vicenda dei
rapporti tra Stato di Israele e palestinesi. Al primo è stato consentito
tutto quello che non è stato consentito ad altri Stati. “Perchè il
mondo permette ad Israele di fare quello che fa?” si interrogava sei
anni fa Ilan Pappe.
Per molto meno di quello che le autorità e
le forze armate israeliane hanno fatto nel 2009, nel 2012 ed ora a Gaza,
altri stati sono sottoposti a embarghi, sanzioni e addirittura ad
interventi militari punitivi. Proprio in queste settimane USA e UE
continuano l'escalation delle sanzioni contro la Russia adducendo
responsabilità di Mosca in Ucraina (alcune vere, altre presunte)
enormemente inferiori rispetto a quelle di Israele nei confronti dei
palestinesi. Leader di governo sono stati uccisi o sono finiti davanti
alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per responsabilità enormemente
inferiori rispetto a quelle di Netanyahu, dei suoi ministri, dei suoi
generali e finanche di alcuni parlamentari israeliani.
Ma il
doppio standard che agisce ancora nelle relazioni internazionali,
seppure odioso e intollerabile, non è ancora il fondo del vaso di
Pandora che si va schiudendo.
La realtà ci mette
simultaneamente davanti alla storia recente e al futuro. Si è accettato
infatti come soglia del dolore invalicabile solo quella generata dal
nazismo con lo sterminio dei cittadini di origine ebraica in Europa.
Dunque tutto il dolore e l'orrore generati al di sotto di quella soglia
sono diventati in qualche modo accettabili, giustificabili,
silenziabili, tranne evocarli in modo strumentale quando si tratta di
legittimare qualche ‘guerra umanitaria’ contro l'ostacolo di turno sulla
strada dell’affermazione dei propri interessi.
Eppure non
sfugge che la disperata resistenza della popolazione palestinese di Gaza
contro le truppe israeliane sia quanto di più simile alla rivolta del
Ghetto di Varsavia contro l'occupazione nazista. Meglio morire
combattendo una guerra del tutto impossibile sul piano delle forze in
campo, che morire lentamente, strangolati da un assedio sempre più
micidiale che ti chiude in una gabbia e ti uccide senza clamore. Ma il
grido di Gaza è stato ritenuto dalle potenze decisive della comunità
internazionale al di sotto di una soglia del dolore e dell'orrore tale
da spingere ad atti concreti per fermare il massacro.
Paradossalmente oggi vengono attuate sanzioni crescenti contro la Russia
per l'Ucraina (in un contesto in cui sono stati Washington e Bruxelles a
far deflagrare la crisi) mentre nulla venne fatto contro la Russia di
Eltsin e del primo Putin che radevano al suolo la città di Grozny per
debellare i secessionisti ceceni alla fine degli anni Novanta. Il fatto
che la Russia di quindici anni fa fosse considerata ormai “parte”
integrante dell'occidente permise allora una netta crescita della soglia
dell'orrore e del dolore accettabili. Al contrario oggi, per molto,
molto meno, scatta un meccanismo punitivo e aggressivo – pericoloso
oltre ogni razionalità – platealmente funzionale agli interessi
strategici statunitensi al quale si prestano volonterosamente anche i
governi dell'Unione Europea.
La Libia, l'Iraq, la Siria, la
Serbia, l'Iran e poi lo Zimbabwe e il Sudan sono stati sanzionati,
bombardati, aggrediti, destabilizzati fino a diventare in alcuni casi
“terre di nessuno” in mano a milizie armate e bande tribali, ma nessuna
punizione è stata mai presa in considerazione nel caso di Israele. Ci
stanno pensando, fortunatamente, i segmenti di società civile che
attuano la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso
Israele a praticare quello che dovrebbero fare – e non fanno – i governi
e le stesse istituzioni internazionali. Anzi, questi ultimi, come nel
caso italiano, continuano a vendergli armi, tecnologie ed a
commercializzarne i prodotti.
Ma, come dice giustamente
l'appello “Noi accusiamo” lanciato dallo storico Angelo D'Orsi, “non
basta la pur importante e lodevole campagna BDS... riteniamo che si
debba portare lo Stato di Israele davanti a un Tribunale speciale
internazionale per la distruzione della Palestina”. L'appello propone la
pertinenza di una sorta di processo di Norimberga nei confronti dello
Stato di Israele e delle sue responsabilità collettive. Potrebbe essere
il primo passo per rompere il monopolio dell'orrore e del dolore e
sotterrare un inaccettabile doppio standard che è durato fin troppo.
E' importante farlo ora, perchè il nuovo corso delle relazioni
internazionali sta facendo girare a ritroso la ruota della storia e per
farlo non può che alzare le soglie del dolore e dell'orrore “civilmente
accettabili”, perchè ad esse e intorno ad esse puntano per costruire il
consenso nei paesi occidentali in una crisi che può diventare guerra e
orrore diffuso in tempi non più remoti.
Contropiano.org
Sergio Cararo - L'ultimo mattatoio scatenato
da Israele a Gaza ha alzato l'asticella delle vittime: quasi 1900, più
dell'operazione Piombo Fuso che aveva segnato la “soglia” precedente di
una asimmetria del dolore e della brutalità militare in una Palestina da 66 anni alle prese con l'occupazione coloniale israeliana.
Adesso sembra che dopo l'orgia di bombe, droni, cannonate, missili e
quant'altro si sia raggiunta la tregua. Molti si augurano che regga,
troppo pochi si augurano che la fine delle ostilità non rappresenti
altro che il ripristino della intollerabile situazione pre-esistente a
Gaza: una prigione a cielo aperto dalla quale non si può fuggire neanche
sotto i bombardamenti. Che prima o poi torneranno a fare strage di
innocenti.
Quanto avvenuto a Gaza e in Palestina in questi
decenni svela una parte significativa delle contraddizioni inaccettabili
delle attuali relazioni internazionali, ma abbiamo l'impressione che
l'ultimo mattatoio a Gaza riveli anche qualcosa di più ed estremamente
preoccupante.
In questi anni la realtà dei “due pesi e due
misure” ha agito sistematicamente nella trattazione della vicenda dei
rapporti tra Stato di Israele e palestinesi. Al primo è stato consentito
tutto quello che non è stato consentito ad altri Stati. “Perchè il
mondo permette ad Israele di fare quello che fa?” si interrogava sei
anni fa Ilan Pappe.
Per molto meno di quello che le autorità e
le forze armate israeliane hanno fatto nel 2009, nel 2012 ed ora a Gaza,
altri stati sono sottoposti a embarghi, sanzioni e addirittura ad
interventi militari punitivi. Proprio in queste settimane USA e UE
continuano l'escalation delle sanzioni contro la Russia adducendo
responsabilità di Mosca in Ucraina (alcune vere, altre presunte)
enormemente inferiori rispetto a quelle di Israele nei confronti dei
palestinesi. Leader di governo sono stati uccisi o sono finiti davanti
alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per responsabilità enormemente
inferiori rispetto a quelle di Netanyahu, dei suoi ministri, dei suoi
generali e finanche di alcuni parlamentari israeliani.
Ma il
doppio standard che agisce ancora nelle relazioni internazionali,
seppure odioso e intollerabile, non è ancora il fondo del vaso di
Pandora che si va schiudendo.
La realtà ci mette
simultaneamente davanti alla storia recente e al futuro. Si è accettato
infatti come soglia del dolore invalicabile solo quella generata dal
nazismo con lo sterminio dei cittadini di origine ebraica in Europa.
Dunque tutto il dolore e l'orrore generati al di sotto di quella soglia
sono diventati in qualche modo accettabili, giustificabili,
silenziabili, tranne evocarli in modo strumentale quando si tratta di
legittimare qualche ‘guerra umanitaria’ contro l'ostacolo di turno sulla
strada dell’affermazione dei propri interessi.
Eppure non
sfugge che la disperata resistenza della popolazione palestinese di Gaza
contro le truppe israeliane sia quanto di più simile alla rivolta del
Ghetto di Varsavia contro l'occupazione nazista. Meglio morire
combattendo una guerra del tutto impossibile sul piano delle forze in
campo, che morire lentamente, strangolati da un assedio sempre più
micidiale che ti chiude in una gabbia e ti uccide senza clamore. Ma il
grido di Gaza è stato ritenuto dalle potenze decisive della comunità
internazionale al di sotto di una soglia del dolore e dell'orrore tale
da spingere ad atti concreti per fermare il massacro.
Paradossalmente oggi vengono attuate sanzioni crescenti contro la Russia
per l'Ucraina (in un contesto in cui sono stati Washington e Bruxelles a
far deflagrare la crisi) mentre nulla venne fatto contro la Russia di
Eltsin e del primo Putin che radevano al suolo la città di Grozny per
debellare i secessionisti ceceni alla fine degli anni Novanta. Il fatto
che la Russia di quindici anni fa fosse considerata ormai “parte”
integrante dell'occidente permise allora una netta crescita della soglia
dell'orrore e del dolore accettabili. Al contrario oggi, per molto,
molto meno, scatta un meccanismo punitivo e aggressivo – pericoloso
oltre ogni razionalità – platealmente funzionale agli interessi
strategici statunitensi al quale si prestano volonterosamente anche i
governi dell'Unione Europea.
La Libia, l'Iraq, la Siria, la
Serbia, l'Iran e poi lo Zimbabwe e il Sudan sono stati sanzionati,
bombardati, aggrediti, destabilizzati fino a diventare in alcuni casi
“terre di nessuno” in mano a milizie armate e bande tribali, ma nessuna
punizione è stata mai presa in considerazione nel caso di Israele. Ci
stanno pensando, fortunatamente, i segmenti di società civile che
attuano la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso
Israele a praticare quello che dovrebbero fare – e non fanno – i governi
e le stesse istituzioni internazionali. Anzi, questi ultimi, come nel
caso italiano, continuano a vendergli armi, tecnologie ed a
commercializzarne i prodotti.
Ma, come dice giustamente
l'appello “Noi accusiamo” lanciato dallo storico Angelo D'Orsi, “non
basta la pur importante e lodevole campagna BDS... riteniamo che si
debba portare lo Stato di Israele davanti a un Tribunale speciale
internazionale per la distruzione della Palestina”. L'appello propone la
pertinenza di una sorta di processo di Norimberga nei confronti dello
Stato di Israele e delle sue responsabilità collettive. Potrebbe essere
il primo passo per rompere il monopolio dell'orrore e del dolore e
sotterrare un inaccettabile doppio standard che è durato fin troppo.
E' importante farlo ora, perchè il nuovo corso delle relazioni
internazionali sta facendo girare a ritroso la ruota della storia e per
farlo non può che alzare le soglie del dolore e dell'orrore “civilmente
accettabili”, perchè ad esse e intorno ad esse puntano per costruire il
consenso nei paesi occidentali in una crisi che può diventare guerra e
orrore diffuso in tempi non più remoti.
Contropiano.org
giovedì 14 agosto 2014
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