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venerdì 2 settembre 2011

venezia 2011



Carnage accolto tra gli applausi.


Il film di Polanski, in concorso, conquista tutti. Nel cast Kate Winslet, Christoph Waltz, Jodie Foster e John C. Reilly


Due bambini fanno a botte al parco: uno ha un bastone in mano e fa saltare due incisivi al secondo. Sui titoli di testa scorre l’antefatto di Carnage, dramma da camera di Roman Polanski che ha tratto da un breve testo teatrale di Yasmina Reza, Il dio della carneficina.
Stacco.

In un salotto piccolo borghese affacciato su un panorama industriale due coppie di genitori discutono della rissa tra i figli. Non siamo più su un prato, ma al quinto piano di un condominio. Non siamo più all’aria aperta, ma tra quattro mura. Non c’è più agitazione, non si agisce: per dirimere lo spiacevole incidente, si parla. In questa cornice di trionfante razionalità, i caratteri dei quattro adulti si rivelano soltanto poco a poco.

I genitori del bambino ferito e promotori dell’incontro, i Longstreet (John C. Reilly e Jodie Foster), sono una coppia progressista e ospitale. Lui è un rappresentante di articoli domestici concreto e bonario, lei un’intellettuale frustrata, che ha tentato con scarso successo la carriera di scrittrice ma si ritrova a lavorare in libreria, e tratta i propri volumi d’arte con una maniacalità che nasconde la sua frustrazione.
I genitori del bambino violento, i Cowan (Christoph Waltz e Kate Winslet), sono invece più sobri e formali, disponibili al dialogo ma conservatori: lui è un avvocato di successo («Chi dovrebbe difendere domani a Washington?», «Oh, il Pentagono»), lei una broker, e di sicuro guadagnano meglio dei Longstreet.

Quel che va in scena negli 80 minuti scarsi del film, è il progressivo sbriciolarsi delle formalità e delle maschere sociali, corrose apparentemente da fattori esterni (Mr.Cowan risponde al telefono di continuo spezzando la conversazione, Mrs.Cowan è colpita da conati di vomito, tutti e quattro alzano un po’ troppo il gomito), ma in realtà da un dato di fondo più solido: nessuno crede veramente alla recita riconciliatoria.
«Vuole sapere in cosa credo io Penelope? Credo nel dio della carneficina, l’unico che comanda da sempre. Lei dovrebbe sapere meglio di tutti che la prima forma di diritto è la forza bruta», dice Mr. Cowan, il più cinico dei quattro, ma anche il più lucido e tranquillo (e quindi quello con cui è più facile empatizzare).

In questo campo di battaglia, fatto di tre stanze (salotto, bagno e cucina) e un corridoio condominiale da cui non si riesce “bunuealianamente” ad evadere, gli eserciti e le alleanze mutano di continuo. Sono prima eserciti sociali (le due coppie sposate, con il loro bagaglio di convinzioni politiche condivise); poi eserciti antropologici (i due uomini finiscono presto per sostenersi a vicenda, mentre le donne si limitano a “vomitare” la loro frustrazione”); infine eserciti ideologici, e qui il divario diventa anche numerico, perché l’unica vera progressista, anche a costo di una nevrastenia cronica, è Mrs. Longstreet.
Alla fine, non resta niente: le alleanze, tutte le alleanze, esplodono, e con esse tutto ciò su cui si basa la comune idea di società occidentale. Mentre i bambini, giù al parco, hanno già fatto pace da un pezzo.
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La seconda regia di Madonna è un’opera confusionaria con qualche pregio e diversi difetti


Di solito la regola è questa: non importa se il tuo primo successo è stato una hit pazzesca, per dimostrare che hai talento devi confermare – se non addirittura superare – le aspettative del tuo pubblico. Nel 2008 Madonna ha diretto l’interessante commedia “Sacro e profano”, storia di tre ragazzi travolti dalla frenesia di Londra e in preda a povertà, delusioni amorose e altre calamità naturali. Un’opera deliziosa. Ecco perché attendevamo con ansia questo secondo lungometraggio.

Purtroppo “Edward e Wallis” (in originale “W.E.”) alla fine risulta confusionario e troppo carico di tutto: di immagini, di storia, di minuti in più. A metà strada tra “Possession” (con Gwyneth Paltrow e Aaron Eckhart che bruciano di passione letteraria e amorosa) e “The Hours”, il film di Madonna salta avanti e indietro nel tempo, ripercorrendo le vite di Wallis Simpson e Edward re d’Inghilterra, un personaggio già consacrato cinematograficamente da “Il discorso del Re” (in quel film era interpretato da Guy Pearce). La regista mira a realizzare un biopic non tradizionale e scavare a fondo nell’animo dei suoi protagonisti, riuscendo in parte nel suo intento e contrapponendo al mondo di corte di metà novecento la New York contemporanea. Punto vincente è quello di affidare il pubblico allo sguardo della bella Abbie Cornish, per guidarci verso l’esplorazione del passato. E non stonano alcuni momenti di pura madness, come la sequenza musicale nel bel mezzo di un evento in costume che vede tutti i reali ballare a ritmo di “Pretty Vacant” dei Sex Pistols.

Esagerato da un punto di vista visivo, il film presenta troppi ralenti e una fotografia della Londra degli anni Trenta troppo simile a una pubblicità di cosmetici costosi. Detto questo, lodiamo comunque la carica emotiva utilizzata dalla regista. Le passioni ossessive dei personaggi sono sempre credibili e non c’è dubbio che le protagoniste femminili diano vita a personaggi decisamente interessanti. Peccato che il ritmo del film si blocchi improvvisamente nell’ultima mezz’ora e che abbandoni la strada del biopic sperimentale per trasformarsi più in una cronaca standard degli eventi. L’augurio, comunque, è che la signora Ciccone non molli e continui in futuro a gridare “azione” sui suoi set.

Pierpaolo Festa

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