venerdì 3 settembre 2010
Black Swan, si apre il Festival ed è subito capolavoro
Ieri in giro per il Lido c’erano solo macerie, oggi è già Festival. E che festival. Un inizio folgorante, come non se ne vedevano da anni, decenni. Di solito le grandi rassegne cinematografiche – Venezia, ma anche Cannes, Berlino – fanno ormai a gara a chi apre le proiezioni con il film più carcassone. Nel senso di platealmente chiassoso e brutto. Gli adepti festivalieri si preparano al gioco allenandosi in pernacchie festose. Ma questa volta Venezia (nelle persone del suo direttore Mueller e soprattutto della sua consigliera per il mercato Usa, Giulia D’Agnolo Vallan) ci ha fregati tutti con un titolo che sulla carta sembrava rispettare la regola di cui sopra (tanti divi e poca sostanza) e invece…
Black Swan del giovane americano Darren Aronofsky è una vera botta, un colpo al cuore, una sincope nel respiro del cinema. Ancora più grande perché totalmente inaspettata, da parte di questo regista altalenante (suo l’ultimo Wrestler, Leone d’Oro nel 2008, ma prima ancora Requiem for a dream e il folle The Fountain) , pieno di alti quanto di bassi, capace di immaginare ma non sempre di realizzare.
Con Black Swan, interpretato da un’inimmaginabile Natalie Portman (assieme a Vincent Cassel, Mila Kunis, Winona Rider, Barbara Hershey), Aronofsky va a spiare nel mondo della danza classica, così come tre anni fa aveva fatto per quello della boxe. Stessa ossessiva fisicità, stesso sudore, stesso tormento alla ricerca del riscatto e della perfezione del gesto, stessa viscerale passione. Per l’arte, che per i due protagonisti coincide con la vita. Qui, al posto dello sfasciato Rourke, una Portman in ruolo da tardo post-adolescente che, dopo anni di secondi ruoli, ha l’occasione della sua vita: prima etoile per il “Lago dei cigni”. Solo che il direttore artistico Leroy (Cassel) vuole la stessa interprete per il cigno nero e per il cigno bianco, per la purezza e la sensualità, per il bene e il male. La dolce Nina (Portman) è pronta a tutto pur di avere il ruolo, ma la sfida che dovrà affrontare va ben al di là del palcoscenico. Per raggiungere l’abbandono oltre la tecnica che gli chiede Leroy, Nina deve mettere in discussione tutta se stessa, deve andare alle radici dei suoi dolori, guardare in faccia l’ossessione materna, affrancarsene, accettare la sua sessualità, la parte chiara e la parte oscura di se stessa, cercare la ferita più profonda e curarla. Un magnifico percorso psicologico (proprio di ogni adolescenza o post-adolescenza) che Aronofsky e i suoi grandiosi sceneggiatori Mark Heiman e Andres Heinz trasformano in total-cinema. Thriller psicologico, horror, melò e dance-movie, tutti i generi vengono chiamati a raccolta per raccontare la sfida tra Nina, ballerina frigida e freddamente tecnica e la sensuale Lily (Kunis), pronte a confrontarsi per amore del principe Siegfried e per sopravvivere agli incantesimi del mago Rothbart. In una scelta di luci oscure che si illuminano solo artificialmente sul fronte-scena, con musiche di accompagno in crescendo e scenografie sporche e disordinate, Aronofsky segue la sua protagonista mettendogli spesso la camera in faccia, spiandone le ferite sulle mani, i graffi sulla schiena, il sangue che continuamente sgorga da piccole profonde ferite sui piedi, le dita, le unghie. Se le procura da sola, gliele procura il suo doppio, quell’anima oscura che lei non vuole accettare, che la perseguita nello specchio e nel buio della sua cameretta da bambina. Gliele tira fuori dalla carne quella madre all’inizio tenera e poi carceriera che vuole per la figlia la carriera che lei non ha avuto. Gliele procura il suo stesso corpo che chiede di crescere, di lanciarsi nell’avventura del sesso e della scoperta dell’altro.
Nella parte di Nina, Natalie Portman fa un salto di qualità assolutamente inaspettato, andando molto oltre i ruoli sinora affrontati (candidata all’Oscar per Closer nel 2004). Ma quello che succede alla brava attrice su questo set è qualcosa che va al di là della sua volontà. E’ il frutto di un’opera d’arte che diventa tale nel suo farsi, che trascina tutto e tutti verso la perfezione, che decide essa stessa dove andare e chi portare con sé. E’ la magia dell’arte che si fa cinema e il cui cammino si completa solo all’arrivo in sala. Dove noi, spettatori, mettiamo il punto finale con la nostra meraviglia e con l’emozione.
Incontenibile, nel caso di Black Swan, tanto da farci domandare: ma se questa Venezia 67 inizia così, cosa succederà nei prossimi 12 giorni? Potremo forse vedere di meglio? Oggi, innamorati del “Cigno nero”, ne dubitiamo. Ma teniamo il cuore aperto, pronti a tutto.
Roberta Ronconi
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)








Nessun commento:
Posta un commento