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venerdì 4 giugno 2010

Brothers Black Keys


Dopo un'idea sbilenca come Blakrock, i Black Keys mi dovevano un disco almeno come questo; lo dovevano a me e ai tanti che fin dagli inizi, 2002, hanno seguito con interesse questo progetto e il viaggio insolito di Dan Auerbach e Patrick Carney, nel tempo/nella mente, a ricercare una black music spigolosa, aspra, forte e per molti versi assolutamente inventata.

"Un ruvido, selvatico capolavoro di minimalismo", avevano scritto del precedente Attack & Reaction, prodotto da Danger Mouse. Lasciate perdere quel termine ingombrante, "capolavoro", ma sia chiaro che il paesaggio è lo stesso: timbri grezzi, suoni sporchi, distorsioni, una musica pelle & ossa che dondola su riff essenziali presi dai quattro angoli della storia nera - e in un brano anche, (Tighten Up), ecco far ritorno Danger Mouse.

Forse preferivo i primi Black Keys, così candidi nelle loro contraffazioni, così spontanei e genialmente pasticcioni; ma anche in questo modo, più studiati, mi attira il loro rifiuto di suoni asettici e la lunatica varietà della musica che a ogni brano cambia umore, capace di passare dal R&B delle cantine (Next Girl) a un soul da piccoli localini (These Days), dal cuore in mano di Too Afraid To Love You al cocciuto disco blues di Everlasting Light, passando per il Jimi Hendrix black brother della Band Of Gypsys e per una pop song delicatamente à la page come The Only One, che non sarebbe stata male in bocca al Damon Albarn degli ultimi Gorillaz.

L'album è stato registrato in parte ai mitici Muscle Shoals Studios e viene facile dire che gli spettri di quel magico luogo (dove crebbe Wilson Pickett, Aretha Franklin rinacque, Duane Allman diventò grande e gli Stones si laurearono in black music) aleggiano nei 15 brani, tutti originali meno una devota cover di Never Gonna Give You Up di Jerry Butler.

Riccardo Bertoncelli

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