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venerdì 14 maggio 2010

Obama chiede “dazio” alle compagnie petrolifere. Prime indiscrezioni sugli errori di BP


Alessio Noè

ROMA – La proposta di Obama è molto chiara, simbolica: tassare di un centesimo in più per barile le compagnie petrolifere, con la finalità di incentivare la sicurezza e i controlli nell’ambito della situazione del golfo del Messico.

Alessio Noè

ROMA – La proposta di Obama è molto chiara, simbolica: tassare di un centesimo in più per barile le compagnie petrolifere, con la finalità di incentivare la sicurezza e i controlli nell’ambito della situazione del golfo del Messico.


Una punizione con la quale, preventivamente, verrebbero colpite le grandi compagnie, che rischiano di danneggiare l’ambiente, come successo appunto nel golfo del Messico. In concreto si tratterrebbe di un centesimo in più passando dagli attuali 8 ai probabili 9 che nel computo totale delle spese delle singole compagnie dovrebbe coprire una serie di provvedimenti come ispezioni e studi sull’impatto ambientale, contributi di disoccupazione fino a sei mesi per lavoratori colpiti da disastri ambientali legati al petrolio, sostegno ai pescatori delle zone colpite. La stima governativa è di un totale di 118 milioni di dollari che potrebbero risultare decisivi nel ripristinare una situazione gravissima e che ancora non è sotto controllo.

La tassa ovviamente risulta quanto mai adeguata, viste le recenti disgrazie causate dalla British Petroleum, ma la speranza è che essa non porti indirettamente le compagnie ad aumentare ulteriormente il prezzo del petrolio a danno dei consumatori. Si tratterebbe di una beffa vera e propria dal momento che il senso di questa “punizione” è proprio quello di responsabilizzare chi con il petrolio ci guadagna davvero, rischiando non di rado di intaccare equilibri naturali molto delicati.

Una nuova cupola per arginare il flusso

Il presidente Obama sarebbe rimasto molto infastidito dalla scarsa puntualità ed efficacia degli interventi della BP e attualmente la fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon sta minacciando le coste statunitensi della Louisiana, del Mississippi, dell’Alabama e della Florida. Si tratterebbe, a quel punto, di una situazione delicata non solo a livello ambientale, ma anche politico visto che verrebbero coinvolti direttamente quattro stati americani e i loro cittadini, con importanti ripercussioni sulla loro vita (potrebbero aumentare le tasse per finanziare dei lavori, ci sarebbe chi potrebbe perdere la propria occupazione o vederla ridimensionata e non ultimo il turismo subirebbe un grave danno). L’imbarazzo della compagnia petrolifera britannica è tangibile e si attende con ansia l’esito dell’ennesimo tentativo di arginare il flusso nero. E’ stata calata infatti una nuova cupola, questa volta con le adeguate contromisure contro la pressione subacquea e il ghiaccio che si forma in profondità, e c’è ansia per il momento in cui verrà posizionata a mo’ di scudo sopra la falla. L’esito dell’operazione sarà cruciale per il proseguo della vicenda.

Proseguono le indagini del Congresso

Nei giorni scorsi il dibattito sulle responsabilità da attribuire alla BP ha scatenato le ire di un deputato texano, Henry Waxman, il quale avrebbe portato dei documenti che testimonierebbero la presunta conoscenza, da parte della compagnia inglese, di alcuni grossi problemi alla pompa principale della piattaforma. I documenti risalirebbero a pochi giorni prima della tragedia.

Nel frattempo proseguono le indagini ufficiali del Congresso Usa, parallele a quelle segretissime interne alla compagnia stessa, e iniziano ad emergere i primi dati: sarebbero state ben quattro le anomalie gravi riscontrate dagli esami condotti sulla sicurezza della piattaforma. Ormai si tratta di una questione che va ben oltre il danno ambientale, coinvolgendo gli Stati Uniti schierati con decisione contro la compagnia British Petroleum. A rimetterci sino ad ora, però, sono state le vittime dell’incidente e la natura, pesantemente violentata.


Una punizione con la quale, preventivamente, verrebbero colpite le grandi compagnie, che rischiano di danneggiare l’ambiente, come successo appunto nel golfo del Messico. In concreto si tratterrebbe di un centesimo in più passando dagli attuali 8 ai probabili 9 che nel computo totale delle spese delle singole compagnie dovrebbe coprire una serie di provvedimenti come ispezioni e studi sull’impatto ambientale, contributi di disoccupazione fino a sei mesi per lavoratori colpiti da disastri ambientali legati al petrolio, sostegno ai pescatori delle zone colpite. La stima governativa è di un totale di 118 milioni di dollari che potrebbero risultare decisivi nel ripristinare una situazione gravissima e che ancora non è sotto controllo.

La tassa ovviamente risulta quanto mai adeguata, viste le recenti disgrazie causate dalla British Petroleum, ma la speranza è che essa non porti indirettamente le compagnie ad aumentare ulteriormente il prezzo del petrolio a danno dei consumatori. Si tratterebbe di una beffa vera e propria dal momento che il senso di questa “punizione” è proprio quello di responsabilizzare chi con il petrolio ci guadagna davvero, rischiando non di rado di intaccare equilibri naturali molto delicati.

Una nuova cupola per arginare il flusso

Il presidente Obama sarebbe rimasto molto infastidito dalla scarsa puntualità ed efficacia degli interventi della BP e attualmente la fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon sta minacciando le coste statunitensi della Louisiana, del Mississippi, dell’Alabama e della Florida. Si tratterebbe, a quel punto, di una situazione delicata non solo a livello ambientale, ma anche politico visto che verrebbero coinvolti direttamente quattro stati americani e i loro cittadini, con importanti ripercussioni sulla loro vita (potrebbero aumentare le tasse per finanziare dei lavori, ci sarebbe chi potrebbe perdere la propria occupazione o vederla ridimensionata e non ultimo il turismo subirebbe un grave danno). L’imbarazzo della compagnia petrolifera britannica è tangibile e si attende con ansia l’esito dell’ennesimo tentativo di arginare il flusso nero. E’ stata calata infatti una nuova cupola, questa volta con le adeguate contromisure contro la pressione subacquea e il ghiaccio che si forma in profondità, e c’è ansia per il momento in cui verrà posizionata a mo’ di scudo sopra la falla. L’esito dell’operazione sarà cruciale per il proseguo della vicenda.

Proseguono le indagini del Congresso

Nei giorni scorsi il dibattito sulle responsabilità da attribuire alla BP ha scatenato le ire di un deputato texano, Henry Waxman, il quale avrebbe portato dei documenti che testimonierebbero la presunta conoscenza, da parte della compagnia inglese, di alcuni grossi problemi alla pompa principale della piattaforma. I documenti risalirebbero a pochi giorni prima della tragedia.

Nel frattempo proseguono le indagini ufficiali del Congresso Usa, parallele a quelle segretissime interne alla compagnia stessa, e iniziano ad emergere i primi dati: sarebbero state ben quattro le anomalie gravi riscontrate dagli esami condotti sulla sicurezza della piattaforma. Ormai si tratta di una questione che va ben oltre il danno ambientale, coinvolgendo gli Stati Uniti schierati con decisione contro la compagnia British Petroleum. A rimetterci sino ad ora, però, sono state le vittime dell’incidente e la natura, pesantemente violentata.

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