
Assieme al regista ferrarese aveva creato il cinema dell'incomunicabilità e un capolavoro come Blow up. Con l'autore romagnolo Amarcord che vinse l'Oscar nel 1975. Instancabile e gioioso nel suo lavoro anche negli ultimi tempi aveva dichiarato al fattoquotidiano.it: "A 91 anni guardo ancora avanti"
“Mi fanno male i capelli”. La battuta di Monica Vitti in Deserto rosso (1964) è rimasta celebre per almeno un ventennio, proprio quando Michelangelo Antonioni era diventato il cantore del disagio esistenziale dell’Italia del boom. Dietro di lui, nell’ombra delle sacre scritture, dove i film si creano ancora prima di essere prodotti e girati, c’era Tonino Guerra.
Perché Guerra, morto a 92 anni, questa mattina a Sant’Arcangelo, città in cui era nato e in cui era voluto tornare visto l’aggravarsi delle sue condizioni di salute nelle ultime settimane, dopo la parentesi di poeta dialettale in terra di Romagna finita la seconda guerra mondiale (Guerra era stato deportato nel campo di concentramento di Tresdorf), era già artista del gruppo da “dolce vita” romana sin dalla fine degli anni cinquanta. Da lì il sodalizio monumentale con un altro emiliano romagnolo, Michelangelo Antonioni, che lo vuole con lui a costruire il cinema dell’incomunicabilità.
Eccolo allora a scrivere, per e con il regista ferrarese, L’avventura (con Elio Bartolini) – 1960; La notte (con Flaiano) – ’61; L’eclissi – ’62; e infine il capolavoro Deserto rosso (1964) girato a Ravenna in un’atmosfera irreale e metafisica, con queste impennate di dialogo sopra le righe, perfette per la dimensione “alienata” del personaggio principale, una Vitti depressa e asfittica, voluta così da Antonioni
Davide Turrini








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