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sabato 2 luglio 2011

Con Finance Watch arrivano i lobbisti del settore finanziario. Ma dalla parte dei cittadini


Attenti traders ai vostri bonus. I derivati? Andiamoci piano anche con quelli. E non parliamo dei paradisi fiscali. Finance Watch, una nuova ong che vuole diventare la Greenpeace della finanza, promette battaglia. Dopo mesi di preparazione è ormai operativa. Vuole difendere l’interesse dei cittadini e dei risparmiatori nelle questioni finanziarie. E lavorare a Bruxelles (facendo lobby pressante) perché, quando si prepara e si discute una nuova normativa, non ci siano solo le banche a difendere i propri interessi.


L’idea è venuta un anno fa a una ventina di eurodeputati che hanno lanciato un appello per la creazione di Finance Watch. Fra loro politici verdi, di sinistra (al gruppo si è in seguito associato anche Sergio Cofferati) e pure di destra. Il più combattivo è stato Pascal Canfin, giornalista francese, diventato parlamentare europeo nel 2009. “Uno dei primi testi legislativi che mi sono ritrovato a esaminare – racconta – riguardava i limiti da imporre ai fondi speculativi. Nel mio ufficio, però, venivano solo i lobbisti degli hedge funds. Nessuno ha mai bussato alla porta per parlarmi in maniera negativa di quegli strumenti. In materia finanziaria e bancaria non esistono equivalenti di Greenpeace, del Wwf o dei sindacati europei. Non c’è un contropotere”.


O meglio, non esisteva. Perché nei giorni scorsi si è tenuta la prima assemblea generale di Finance Watch. I soci fondatori sono una quarantina di organizzazioni europee che a loro volta rappresentano più di 300 Ong, sindacati e associazioni di consumatori (da Oxfam al Beuc, L’ufficio europeo delle unioni dei consumatori, passando per la Ces, la Confederazione dei sindacati a livello comunitario). Finance Watch porterà avanti indagini su temi specifici: “controperizie” indipendenti rispetto all’industria finanziaria. Poi ci sarà l’azione di lobby sul Parlamento, la Commissione e il Consiglio europei. E, infine, l’attività di comunicazione, così da scatenare dibattiti pubblici su argomenti spesso ostici e poco pubblicizzati. Ma che sono all’origine di crack di imprese e di Stati, di perdite ingenti (e ingiuste) sugli investimenti, di tasse aggiuntive per correggere quei patatrac.

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