
Mirela Marta Banach
Tripla attesa. Doppia sorpresa. Dopo tre anni di ermetico-melodico-taciturna stasi i Verdena tornano col doppio album ”Wow”,quasi a voler ricolmare duplicemente il vuoto della loro distanza dopo ”Requiem”. Saggiano gusti svariati i Verdena, sperimentano i Verdena. E lo fanno nel loro Henhouse Studio, o per intenderci meglio, pollaio circondato da montagne natie, trasformato in sorta di ‘nido pascoliano’ vivente di indagine musicale senza demarcazioni nitide.
Nulli i limiti alla creatività, ma variopinte le influenze artistiche:Beach Boys, Brian Wilson, Nick Drake e l’amato McCartney. Hanno elucubrato tutto quello che potevano aprendosi a sentieri differenti, scegliendo approcci dispositivi estranei alla tradizione con Alberto Ferrari al pianoforte, cori sugli scenari, chitarre acustiche svettanti con attenzione alla coerenza esecutivo – artistica, senza badare a schemi rigidamente tecnici in quel pollaio di registrazione pervaso da atmosfere ieraticamente profane.
L’epiteto ”Wow” è mirabilmente stringato, ritrae un suono laconicamente interiettivo, liberatorio, volenteroso di sintetizzare la pienezza dei 27 contenuti del quinto lavoro. Tre grafemi come tre le menti del gruppo che si uniscono al jolly Omid Jazi, ormai il ‘quarto’ del drappello. E ci strabiliano con un sound melanconicamente melodico, in cui la prevalenza synth si amalgama con la pennellata vocale del cantante plasmante una vasta espressività introversa, la loro tipica, solita. Si allontanano dal grunge furibondo scoprendo lirica, arrangiamento acustico, lieve poeticità macabre.








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