
Salta mezzo scudo. L'altro mezzo, però, potrebbe finire per intralciare comunque il lavoro dei giudici milanesi.
Come previsto dal borsino della Consulta, la decisione della Corte costituzionale sul legittimo impedimento arriva nel primo pomeriggio, senza discussioni estenuanti, visto che nei giorni scorsi tra referendum e udienza pubblica i giudici hanno potuto confrontarsi in discussioni informali. Fin dal mattino c'è aria di mediazione, almeno formale. Aprendo i lavori, il relatore Sabino Cassese punta tutto sulla cancellazione del comma 4 dell'articolo 1, quello che permette alla presidenza del consiglio dei ministri di autocertificare l'impedimento del premier o dei ministri per sei mesi di tempo. Propone pure di dare un po' ragione al premier, rigettando le questioni sollevate sul primo comma, quello che elenca le attività che possono legittimare l'impedimento dei membri del governo, sottolieando però che la valutazione debba restare nelle mani del giudice, come prevede l'articolo 420ter del codice di procedura nei confronti di tutti gli imputati.

«In realtà il problema di tutelare gli impegni dei membri del governo più di quanto non si faccia coi comuni cittadini esiste», spiega un giudice emerito: «E anzi, c'è un vuoto lasciato dall'abolizione dell'immunità parlamentare che andrebbe riempito con una legge costituzionale». I giudici più vicini al centrodestra (Alfonso Quaranta, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano) non sono convinti. Spiegano che il taglio proposto da Cassese è troppo radicale, che allora tanto vale spaccarsi. E infatti il fronte della bocciatura secca a questo punto si compatta. C'è un primo giro di tavolo, senza voto, in cui i sì alla bocciatura totale del testo sono otto, Cassese compreso. Contro la legge l'ultimo arrivato, Lattanzi. Eppoi il presidente De Siervo, Criscuolo, Gallo, Silvestri, Tesauro e Maddalena.
La pausa pranzo è il time out decisivo per evitare la spaccatura. Tra le due e le tre il relatore Cassese e il presidente De Siervo si vedono e, anche su richiesta del Colle, provano a metter giù una mediazione, divisa in tre parti. Puntano soprattutto sulla sentenza additiva al comma 3, ovvero sull'esprimere con chiarezza che la valutazione dell'impedimento spetta al giudice ai sensi dell'articolo del codice. L'idea alla ripresa convince più o meno tutti, visto che le tre votazioni vanno 9 a 6, 8 a 7 e 11 a 4.
Illegittimo, perché contrario al principio di uguaglianza e scritto senza legge costituzionale, è il comma 4, quello dell'autocertificazione. Bocciato con sentenza additiva «nella parte in cui non prevede che il giudice valuti in concreto l'impedimento addotto» anche il comma 3 dell'articolo 1, quello che impone al giudice di rinviare l'udienza senza aprir bocca. E per segnalare al parlamento che un intervento sul punto ci vorrebbe davvero, resta intatto l'articolo 2, quello che prevede che l'impedimento sia una legge «ponte», in attesa dell'«entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative del presidente del consiglio dei ministri e dei ministri».
Resta pure il comma 1, anche nella parte in cui aggiunge agli impedimenti «legittimi» anche le «attività preparatorie e consequenziali, nonché ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di governo». Ed è proprio qui che sarebbe nascosto l'appiglio a cui potrebbero aggrapparsi in udienza gli avvocati del premier. «Il risultato è sostanzialmente positivo - spiega Alessandro Pace, professore di diritto cosituzionale e relatore in aula per il referendum che chiede l'abolizione totale della legge - ma mi preoccupa appunto il mantenimento del primo comma dell'articolo 1. Bisognerà vedere cosa scriveranno i giudici nelle motivazioni della sentenza, ma il rischio è che le attività preparatorie, consequenziali e coessenziali restino molto indefinite».
Anche perché se i giudici di Milano non dovessero accettare la lista di Ghedini, l'avvocato potrebbe sollevare conflitto di attribuzioni e tornare alla Consulta, guadagnando ancora tempo e sperando in un palazzo che si è mostrato finalmente diviso.
Come al solito insomma, bisogna aspettare le motivazioni per capire davvero com'è andata ed è possibile che il relatore Cassese le prepari rapidamente, in tempo per l'udienza del prossimo 24 gennaio. Nel frattempo, gli avvocati del premier Ghedini e Longo ammettono la sconfitta ma preparano l'offensiva sui punti rimasti in piedi: «La legge è stata riconosciuta valida ed efficace», scrivono nel comunicato congiunto. La battaglia è persa, la guerra ancora no.
Sara Menafra








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