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domenica 30 gennaio 2011

L’Egitto brucia: Giordania, Algeria, Barhein tremano


Come era prevedibile, dopo la Tunisia è la volta dell’Egitto. A dieci giorni dalla ‘Rivoluzione del Gelsomino‘ anche gli egiziani sono scesi in piazza al grido di “Mubarak vattene” e “vogliamo pane e libertà”. E il 25 gennaio è una data storica: quasi trecentomila persone hanno manifestato tra il Cairo, Alessandria, e le altre città egiziane. Non era mai accaduto prima.

Ora si guarda a Giordania, Algeria, Barhein, e forse anche Yemen, Paesi candidati a seguire l’esempio di Tunisia e Egitto. In Giordania, nei giorni scorsi, 5.000 manifestanti erano scesi in piazza al grido di “pane e libertà” e “via Rifai! Il popolo giordano non si piega“, Samir Zaid al-Rifai è il Primo Ministro del Paese. In Algeria, 48 ore fa, si è avuta la seconda vittima dei suicidi di protesta: un 37enne auto-immolato per protesta contro il carovita.

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Egitto: 25 gennaio 2011
Era giorno di vacanza, ieri 25 gennaio, in Egitto: la festa nazionale della polizia, indetta per celebrare una data simbolo: il 25 gennaio 1952, quando durante la Rivoluzione dei Giovani Ufficiali la polizia si ribellò contro gli occupanti britannici a Ismailia. È stato proclamato “giorno della collera”. A quasi 60 anni di distanza si è scelto il 25 gennaio per protestare contro la repressione che la polizia usa contro chi dissente dal regime Mubarak. Una collera spontanea, vera, di popolo, nei confronti della disoccupazione, della povertà, della corruzione, delle disuguaglianze sociali, della non democrazia, della mancata libertà di stampa e di pensiero. Problematiche presenti, seppur con le debite differenze, in quasi tutti i Paesi della regione nordafricana e del Medio Oriente.

In Egitto a promuovere le manifestazioni in prima linea c’erano i ragazzi del Movimento ‘6 aprile‘; ufficialmente i Fratelli Musulmani non hanno aderito e di loro in piazza non c’era traccia. Assente anche il carismatico leader dell’opposizione El Baradei, che però ha dato il suo sostegno alla manifestazione. Presenti invece tantissimi esponenti della società civile, giornalisti, gente comune. La chiesa copta ha chiesto di non scendere in piazza.



manifestazioni al Cairo - foto di Paolo Nolano
Purtroppo ci sono scappati, finora, tre morti. Centinaia le persone arrestate per aver espresso illegalmente il proprio punto di vista. Nei pressi di piazza Tahrir al Cairo, luogo clou delle proteste, a due passi dal museo egizio e dal Parlamento le linee telefoniche sono saltate, internet oscurato. La gente, però, ha continuato ad arrivare anche a tarda sera, pronta a passare la notte in piazza. Se non fosse che la polizia, attorno a mezzanotte, ha caricato e disperso i presenti.
Come in Tunisia la protesta è stata preparata su internet, dai blogger, sui social network e in particolare facebook, che hanno fatto la parte del leone per organizzare la più grande manifestazione di piazza mai avvenuta in trent’anni di governo Mubarak. Uno dei governi più malati e corrotti dell’intera area nordafricana e mediorientale. Con tutta probabilità la rivolta egiziana non prenderà i connotati di quella tunisina per velocità, ma di certo è il segnale di una forte disperazione causata da anni di mancata democrazia e aggravata dalla crisi mondiale dell’alimentazione. Il 42% degli egiziani vive con un dollaro al giorno.

Sul fronte tunisino il Presidente Ben Ali è fuggito riparando in Arabia Saudita, in Egitto, invece, il figlio del Presidente, Gamal Mubarak, pare abbia preso il volo per Londra insieme alla sua famiglia.

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E ora Giordania, Algeria, Barhein?
Adesso i primi Paesi a dover tremare per l’effetto domino che è molto probabile venga innescato sono la Giordania, l’Algeria, il Barhein. Tutti Paesi con governi malati che vivono sul filo del rasoio, in una situazione incandescente a cui basta davvero pochissimo per prendere fuoco. Il livello di dilapidazione delle ricchezze dei popoli da parte dei governi corrotti non è più sostenibile e i regimi autocratici di questi paesi si trovano a un bivio: o adottano un’apertura politica o si devono aspettare il peggio.



manifestazioni al Cairo - foto di Paolo Nolano
È pur vero che le differenze strutturali delle varie società giocano a vantaggio dei tunisini per tasso di alfabetizzazione, di coscienza politica e coesione sociale, ma non è da sottovalutare il potere che internet e i social network hanno avuto nell’alimentare la fame di pane e libertà che serpeggia tra la gente. Da più parti i blogger hanno salutato con entusiasmo quanto accaduto in Tunisia, scambiandosi riflessioni sulle implicazioni che questa potrà avere nell’intera area. E se è un’israeliana, Yael, la blogger più preveggente nel suggerire di puntare gli occhi sull’Egitto, da monitorare attentamente c’è anche lo Yemen, dove il presidente Ali Abdullah Saleh, da oltre 30 anni al governo, deve fare i conti con le proteste contro il carovita che durano da settimane. Chissà se anche qui, a distanza di pochi giorni, il tam tam del cyberspazio riuscirà a rinvigorire il desiderio di democrazia, di libertà e di pluralismo. Forse è ancora presto per fare previsioni, ma una cosa è certa: il clima dell’intera regione sta cambiando e i governi non possono più continuare a fare finta di niente. E nemmeno l’Europa

Ilaria Pedrali

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