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mercoledì 12 gennaio 2011

A L’AQUILA UN ANNO DI LOTTA E DELUSIONI MA LA RICOSTRUZIONE NON C’E’


Il 2010 per L’Aquila terremotata e’ stato l’anno della speranza, delle battaglie e delle delusioni. Nei primi mesi c’e’ stato il passaggio di consegne dalla Protezione civile di Guido Bertolaso al Commissario delegato per la Ricostruzione Gianni Chiodi, gia’ presidente della Regione Abruzzo. Gli aquilani pensavano che, passata la fase dell’emergenza, la ricostruzione materiale della citta’ capoluogo potesse finalmente partire. Invece tutto si e’ maledettamente complicato, a causa di passaggi burocratici che hanno imbrigliato i singoli processi. Nell’anno sono stati avviati solo i cantieri per la cosiddetta ricostruzione leggera.

Per quella pesante (case classificate E) e’ stata annunciata una svolta solo con l’ordinanza del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, firmata 30 dicembre. Tutto fermo nel centro storico, con i segni ancora intatti dei crolli, delle ferite, delle macerie. Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ex vice Commissario, ha continuato, mese dopo mese, a chiedere risorse certe e costanti, magari attraverso una tassa di scopo, ed una legge ad hoc. E lo stesso hanno fatto i Comitati cittadini che hanno promosso una raccolta firme (ne servono 50.000 entro la prossima primavera) per un provvedimento legislativo di iniziativa popolare, appoggiato da alcuni parlamentari abruzzesi, soprattutto di centrosinistra. Ma il Commissario Chiodi ha sempre replicato che una legge organica gia’ c’e’. Ve bene interpretata. Ed ha imputato ritardi ed omissioni alla mancata presentazione da parte dei Sindaci, Cialente in testa, dei Piani di ricostruzione (”obbligo non facolta’ da parte degli amministratori” come ha ripetuto Chiodi sino all’ultimo giorno dell’anno), strumenti indispensabili per pianificare e programmare il futuro dei Comuni. Che non e’ fatto solo di recupero edilizio, ma urbanistico, economico e sociale. La querelle e’ ancora drammaticamente aperta. E’ stato l’anno in cui si confidava nel rilancio delle attivita’ produttive che non c’e’ stato. Per contro, gli aquilani sono dovuti scendere in piazza, con le simboliche carriole e con le bandiere neroverdi (colori della citta’), per rivendicare diritti in precedenza riconosciuti per altri casi, simili, di calamita’ naturali. Nel corso del 2010 L’Aquila ha manifestato in piu’ occasioni a Roma, sotto i palazzi del potere, e sempre per ottenere il minimo; proroga nel pagamento delle tasse pregresse, di sei mesi in sei mesi.

Anche l’ultima mobilitazione ha portato solo allo slittamento della scadenza, prevista per fine anno, al giugno 2011. Ma si e’ sempre trattato di concessioni parziali e temporali che hanno fatto dell’Aquila, come rilevato dalla responsabile nazionale PD per la Ricostruzione, Stefania Pezzopane, una ”co.co.co”, una citta’ precaria costretta ad elemosinare, ad impietosire, a marciare, a prendere manganellate, per poter sopravvivere, almeno fino alla prossima scadenza. E questo continua a ferire la dignita’ e l’orgoglio di genti mai dome. Il 2010 non ha permesso alla popolazione terremotata di programmarsi un futuro, di pianificarsi la vita, di investire anche nelle piccole cose; troppe incertezze sul conto che lo Stato e’ pronto a presentare ad ogni momento. I dati parlano di un calo demografico minimo, a seguito del sisma, con meno di 700 residenti riparati altrove. Ma se e’ cio’ e’ avvenuto non e’ certo per le floride prospettive economiche ed occupazionali dell’Aquila.

E’ solo l’attaccamento alle proprie radici e l’amore per la propria citta’, piu’ che mai ora che e’ ferita e sofferente, a giustificare il mancato spopolamento. A due anni dal terremoto, sono ancora poco meno di 40 mila le persone che usufruiscono di una qualche forma di assistenza e circa 2 mila quelle ospitate negli alberghi, per lo piu’ single e coppie, che lottano per avere un alloggio all’Aquila o per rientrare nelle proprie abitazioni, riparate, che continuano a degradarsi a causa delle intemperie. Non c’ e’ vittimismo.

Gli aquilani pero’ esigono, con determinazione, di essere equiparati ai cittadini di Umbria e Marche. Per loro, sin da subito, si decise che, a causa del terremoto, avrebbero restituito le tasse dopo 10 anni ed al 40 per cento.

Vittimismo no, ma tanta stanchezza per un incertezza che logora. Forse ancor piu’ del terremoto stesso.

(ASCA)

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