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domenica 2 gennaio 2011

Il 2010, per chi non c'era


La scrittrice che ha vinto il Campiello si immagina di raccontare l'anno appena trascorso a qualcuno che si sia addormentato nel dicembre 2009 e risvegliato solo ora. Mettendo insieme Haiti, Ruby, Avetrana
(29 dicembre 2010) "Quando è successo questo, nonna? È successo nell'anno in cui è nato tuo fratello". Io gli anni ho imparato a contarli così e non ho mai capito perché intorno a me tutti si ostinassero a contarli con i numeri, quando i numeri non dicono niente. Enumerare le cose ha senso se c'è un prezzo che di quella numerazione deve tenere conto, ma tutto il resto dovrebbe essere contato come si contano le cose che non si comprano e non si vendono: con i ricordi, e con le storie dei ricordi.

Se li si catalogasse in questo modo, potrebbe capitare che un anno finisca per non avere 12 mesi, perché magari non in tutti i mesi è accaduto qualcosa che valesse la pena di diventare memoria. Altri anni sarebbero durati molto meno se li avessimo contati con quello che conta anziché con i numeri, e altri anni invece sarebbero stati molto più lunghi, avremmo dovuto imparare tante più storie per poterli ricordare per intero.

Così per me bambina gli anni non avevano cifra, li confondevo e sovrapponevo, sbagliando anche le decadi. Poi certo, si cresce e si capisce che anche i numeri bisogna impararli, almeno per quieto vivere. Succede quando ti vedi scrivere "scarso" sul diario perché ti sei dimenticata la data precisa in cui Garibaldi è sbarcato a Marsala, e anche se la storia delle camicie rosse l'hai detta per filo e per segno, alla maestra interessava più che altro la data. Capisci così che al mondo ci sono persone-storia e persone-numero, e per non vedersi mettere "scarso" bisogna imparare a tenere insieme conto e racconto.

A fare i conti a quest'anno che vola via arriveranno in molti, ne sono sicura. Avremo numeri in avanzo per pesarlo, misurarlo e archiviarlo, non serve davvero che ci aggiunga i miei. Voglio invece immaginare di doverlo raccontare a qualcuno che ha dormito per tutti i suoi 12 mesi, e al quale probabilmente non importerebbe niente di sapere se questo è il 2010 o il 2009. Comincerei con un rimprovero bonario, col dirgli che cosa ti sei perso, amico mio. Non dovevi addormentarti proprio l'anno in cui a Baghdad, dopo tanta guerra, si è ricominciato ad ascoltare la voce dei poeti. Me lo ha raccontato il poeta Alberto Masala, che è andato in Iraq per un raduno mondiale di artisti mentre i telegiornali qui dicevano che le truppe americane se ne stavano andando.

Era il primo dopo tanti anni, e anche se per arrivare da un posto all'altro doveva fare una mezza dozzina di check point, lui ha pensato che fosse bello. Tu dormivi e ti sei perso il cambio della guardia tra soldati e poeti, ma adesso che sei sveglio ce lo possiamo ricordare tutti e due. Se ti fossi svegliato prima avresti visto anche una cosa che non si è mai vista: hanno dato il Nobel per la pace a una sedia vuota. In quella sedia avrebbe dovuto esserci seduto Liu Xiaobo, ma è rinchiuso in carcere in Cina per gli stessi motivi per cui a Stoccolma lo hanno voluto premiare. Vedi come sono le storie, basta raccontarle in modo un po' diverso e quello che da una parte del mondo sembra eroico dall'altra diventa il chiavistello di una cella.

Ma per un attimo davanti a quella sedia vuota è sembrato come se la parola di quell'uomo che non c'era avesse aperto la sua cella e lo avesse fatto entrare ovunque ci fosse posto per sedersi a raccontare. A proposito di celle che si aprono, ti ricordi di Nelson Mandela? Quest'anno i Mondiali di calcio li hanno fatti in Sudafrica, a casa sua, e anche se lui stava male ha voluto andare al City Stadium a vedere la partita. Anche se non ho mai sopportato la retorica del calciatore descritto come l'eroe in campo che sfida il nemico con l'arma letale di un pallone pezzato, valeva la pena guardare quella partita per vedere quell'uomo anziano col suo sorriso radioso, accolto da un boato di esultanza che per un attimo ha oscurato uno per uno tutti gli strapagati déi del campo, forti dei loro muscoli e delle loro tattiche, ma apparsi senza consistenza davanti a quel vecchio debole e allegro che ha vinto le sue battaglie solo con la volontà e il cuore.

Michela Murgia

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