
E’ possibile dopo soli due/tre dischi essere già un classico? E per giunta un classico del panorama indie, quasi un ossimoro, una contraddizione in termini. Gli Arcade Fire, canadesi (e canadesi del Quebec francofono, a voler individuare altri elementi di collocazione da “periferia”) ci sono riusciti, lo sono diventati forse senza volerlo, e lo sono ormai a tutti gli effetti, un punto di riferimento, della musica rock nordamericana.
The Suburbs allora, proprio per questo era un disco atteso, e, come tale, era atteso anche nei suoi elementi più preventivabili, nei cosiddetti marchi di fabbrica, quelli dimostrati, acquisiti e confermati, dopo quel Funeral travolgente che nel 2004 sorprese e conquistò tutti, e Neon Bible, che nel 2007 fu una prosecuzione magari meno sorprendente, ma comunque da applausi, per qualità di scrittura, per le idee, per personalità e comunque originalità.
Se un rischio, però, è stato evitato dalla band canadese, è stato proprio quello di restare prigionieri di un cliché, di un’immagine prevista e ormai consolidata. The Suburbs è un disco che mantiene un sacco di elementi Arcade Fire, che suona Arcade Fire, ma che non fa il verso a schemi già sentiti, a storie e suoni già raccontati.
E innanzitutto The Suburbs è un disco sull’identità, sul cercare un posto, sul ricordarne altri, sul guardarsi dentro e da dentro guardare fuori, sul capire da dove si viene, da quali luoghi, luoghi materiali, neighborhood fatti di strade e palazzi, ma anche luoghi della mente, stati d’animo, ricordi, traumi, che riemergono o che a fatica si prova a dimenticare... Anche in questo senso è un disco che non vuole appoggiarsi sugli allori dei lavori precedenti, ma sposta il mirino, lo sguardo, per provare a mettere a fuoco un’identità di oggi, dopo la vita e i giorni di un ieri ancora freschi sì di applausi e piccola gloria, ma anche di radici, origini, distacchi, scontri e confronti.
Non è un caso che le periferie, i sobborghi, i suburbs del titolo siano subito lo scenario dove si raccontano i fatti, dove si proiettano i ricordi, come a voler marcare subito l’inquadratura: il pianoforte che si muove a mo’ di honky-pop, su un ritmo quasi da banda nella title track: “Sometimes I can't believe it I'm movin' past the feeling”. Come in un giro in automobile (“ruba le chiavi alla mamma: ce ne stiamo andando”), per vedere (o rivedere) i luoghi di un tempo, i luoghi di un’adolescenza, o comunque di un tempo lontano, diverso, disperati: “e mi dicesti che non saremmo mai sopravvissuti”.
Ma a dare uno sguardo alla copertina del disco, con quell’automobile parcheggiata davanti al villino bi-familiare in un disegno che sembra uscito da una versione anni ’50 di The Sims, quei colori pastello, o quella pioggia fitta, quasi finta (esistono 8 versioni diverse andate in stampa e disponibili in vendita) sembrano calarci in un cartone dalle tinte noir, dove dietro l’apparenza di tranquilla provincia americana si nascondono invece, drammi, conflitti, sinistri presagi di piccole o grandi guerre, urbane o suburbane.
In un simile contesto, il percorso tracciato da The Suburbs è un continuo andare e tornare dal passato al presente, a volte per provare a ritrovarsi pronti a cominciare, ora come non lo si era prima: “se avessi paura, lo farei, se fossi annoiato lo farei, se fossi tuo... ma non lo sono”. Provare, ma forse le cose non stanno più così.
Ci sarebbe da rivisitare ogni testo di questo disco, perché ogni racconto, ogni quadretto, può nascondere una chiave di lettura e i rimandi da una lirica all’altra sono molteplici fino a ripetere alcuni frammenti da un testo all’altro. Da quel “ruba le chiavi della macchina a tua madre. Stanotte ce ne andiamo via”, che dalla title track viene poi ripreso in Suburban War, o ancora “Prima costruirono la strada quindi costruirono la città”, che furoreggia nel rock senza scampo di Month Of May, e nella successiva Wasted Hours, ballad in gustose terzine in salsa noir.
Antonello Cacciotto








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