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giovedì 9 settembre 2010

Coffeeshop d’Olanda, tra maratone di fumo e imprenditoria della cannabis


Amsterdam
Mentre nei Paesi Bassi ci si interroga sul futuro, su un governo che a distanza di mesi dal voto non vuole saperne di nascere, si annuncia il rituale carosello post-elettorale di proclami sul futuro dei “coffeeshop”, le caffetterie olandesi dove, dal 1976, è possibile acquistare e consumare hascish e marijuana. La coalizione di destra, che potrebbe prendere a breve le redini del paese, sembrerebbe orientata a porre fine a questo esperimento di tolleranza, anche se i crociati del proibizionismo sanno bene quanto radicata sia la cultura della marijuana da queste parti. Per i coffeeshop sono tempi duri da un pezzo: negli ultimi 15 anni il loro numero si è più che dimezzato, passando dai 1500 dei primi anni ’90 ai circa 700 di oggi, lo scorso anno venne imposta la chiusura di quelli alla frontiera con il Belgio. A Maastricht, da Marzo, l’accesso ai due coffeeshop della città è precluso ai turisti. Altra storia ad Amsterdam, lontani dalle frontiere e dalle pressioni della politica e dei partner europei: i circa 400 esercizi, oltre la metà del totale, sono parte integrante del tessuto cittadino ed una consolidata attrattiva turistica che sembra non incontrare crisi. Cosa succederebbe se chiudessero? Nel celebre Quartiere a Luci Rosse, le vetrine delle prostitute, le insegne decadenti dei locali che offrono spettacoli erotici dal vivo, gli smartshop dove acquistare gli allucinogeni naturali, ed i coffeeshop, si alternano senza soluzione di continuità. Warmoestraat, a pochi passi dalla stazione, è intasata giorno e notte di turisti di ogni età ed estrazione sociale, il 25% dei quali, secondo un’indagine dell’ufficio del turismo, qui solo per una «maratona di cannabis». «Ti immagini Amsterdam senza coffeeshop?» dice ridendo un dealer, mentre consiglia un gruppo di giovani turisti italiani. «La situazione non è certamente facile» prosegue «la polizia oggi, da attivamente la caccia anche a piccoli coltivatori, mentre fino a pochi anni fa l’interesse per la marijuana era nullo. Questo è il risultato della doppia faccia dei politici olandesi: da un lato criminalizzano, dall’altro sono costretti ad ammettere che gran parte dei coffeeshop sono attività commerciali rispettabili, ben integrate e che contribuiscono in maniera determinante all’economia della città». Dello stesso parere Franco, italiano, da quasi 15 anni ad Amsterdam: «Vent’anni fa serre con 100 lampade erano la norma mentre oggi non superano le 30 e di arresti e sequestri non si sentiva mai parlare. Oggi la produzione si è ristrutturata su scala ridotta, in maniera tale da essere più facilmente adattabile». Franco lavora per una catena di coffeeshop che rappresenta, insieme ad altre realtà come Barney’s, Dumpkrings ed il celebre Bulldog, il volto imprenditoriale dell’economia olandese della canapa. «Sono il manager della ‘Seed Company’, la società di Greenhouse che si occupa della produzione di semi», spiega. Anche questi ‘tollerati’? «No. I semi sono perfettamente legali, però non si producono da soli». Eh già, ci vuole una pianta ed allora ci troviamo nelle stesse difficoltà dei coffeeshop. Noi investiamo molto in ricerca, per selezionare le qualità migliori e per far avanzare la conoscenza scientifica sulla produzione di cannabis. Ma in Olanda ormai è impossibile trovare laboratori che accettino di lavorare con la marijuana». E allora? «Allora ne abbiamo costruito uno nostro». Dove? «Lontano. Fuori dall’Olanda, in un luogo con ampi spazi…». Quale futuro per l’esperimento di tolleranza olandese? «I coffeeshop erano nati negli anni ’70 come piccole realtà locali. Oggi sono un fenomeno economico e culturale con largo seguito in tutto il mondo ed un giro d’affari di diversi milioni di euro, che sopravvive con regole non scritte, “licenze” senza valore ed un sistema di imposte ‘personali’ sui gestori, per sopperire all’impossibilità di tassare direttamente la cannabis. E’ una situazione complessa che richiederebbe una soluzione, che vada oltre i proclami del politico di turno».

Massimiliano Sfregola

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