
Fu costretto alle dimissioni perché gli comprarono casa a sua insaputa. Ma l'ex ministro dello Sviluppo economico non ha perso il suo potere nel feudo ligure e nel partito. Si è chiuso nella sua villa di Imperia e ha fatto la conta di amici e nemici. Ne è uscita la fondazione Cristoforo Colombo: sulla carta "un luogo di elaborazione culturale e politica". Di fatto, uno strumento per radunare fedelissimi e simpatizzanti, da Antonio Martino a Giuliano Urbani. Sessanta parlamentari del Popolo della libertà hanno già aderito: "Siamo il doppio dei finiani". Insomma, mentre tutto il Pdl chiede le dimissioni di Fini da presidente della Camera per i sospetti sull'affaire dell'appartamento a Montecarlo, le certezze sull'abitazione con vista sul Colosseo pagata dalla cricca, nel movimento di Berlusconi, finiscono per fare curriculum. E ora il premier, nell'annunciata riorganizzazione del suo stato maggiore, deve tenere conto di molti centri di potere. Compreso quello di Claudio "u ministru" di Ferruccio Sansa
La terza resurrezione di Scajola
L'ex ministro si fa la fondazione. Ha 60 deputati, 'il doppio dei finiani'. Ha già superato un arresto e la gaffe su Marco Biagi. Ora prepara il ritorno ai vertici del partito
Altro che Lazzaro… la politica italiana fa ben altri miracoli. Claudio Scajola a tre mesi dalle dimissioni si riaffaccia sulla scena e annuncia la sua terza resurrezione. Nasce la Fondazione Cristoforo Colombo che già conta sessanta adesioni tra i parlamentari Pdl: “Il doppio dei finiani”, sottolineano i sostenitori di Scajola. Ma che cos’è la Fondazione? “Un luogo di elaborazione culturale e politica aperta a chi si riconosce nei valori di libertà, democrazia, tolleranza, rispetto della persona e della famiglia”. Ma i colombo-scajoliani credono anche che “l’uso politico della giustizia debba essere fermato”.
Tra gli aderenti Antonio Martino, non certo un esponente di secondo piano del Pdl. Così come Giuliano Urbani. E ancora: Salvatore Cicu, Paolo Russo, Giuseppe Moles, Sabrina De Camillis, Osvaldo Napoli, Guido Viceconte. Fino ad arrivare ai fedelissimi di Scajola come Raffaele Lauro, senatore Pdl nominato suo “consigliere politico”. Amico di Giuliano Tavaroli (protagonista dell’inchiesta Telecom), agli esordi vicino ad Antonio Gava, Lauro da anni gravita nell’orbita di Scajola che lo volle prima come capo di gabinetto e quindi lo portò nel cda della “sua” Cassa di Risparmio di Genova e Imperia.
Il ritorno di Sciaboletta
No, Sciaboletta non è finito. E pensare che c’era già chi gli aveva voltato le spalle. Pazzo. È il 13 maggio quando Scajola deve arrendersi e presentare le dimissioni con quella frase ormai diventata storica: se la casa al Colosseo “fosse stata in parte pagata da altri senza saperne il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciteranno le azioni necessarie per l’annullamento della compravendita”. Aggiunse: “Per difendermi non posso continuare a fare il ministro”. Non andò esattamente così: Scajola non si è difeso, almeno non davanti ai magistrati, ai quali ha deciso di non presentarsi.
Ma i soliti incauti gli saltano al collo: vedono in quell’uomo che lascia Palazzo Chigi con gli occhi bassi uno sconfitto su cui infierire. Un errore tragico: Scajola non molla mai. Come Napoleone all’Elba, “u ministru” si rinchiude nella villa che domina Imperia e conta gli amici e i nemici: consiglieri comunali che gli devono tutto e ora osano prendere le distanze da lui, giornalisti che hanno scalato le redazioni sventolando la sua amicizia come una bandiera e che adesso si permettono qualche tiepida critica. Gente che non ricorda le due precedenti resurrezioni di Scajola: prima l’arresto per concussione (fu prosciolto) seguito dall’ascesa a sindaco di Imperia e deputato. Poi la terribile gaffe su Marco Biagi, il “rompicoglioni”, con le dimissioni. Dopo un anno di purgatorio ecco il ritorno alla poltrona di ministro. Ma dopo lo scandalo Anemone e l’uscita di scena le leve del suo potere sono ancora intatte. A cominciare dalla Liguria.
La Liguria e “u minustru”
Qui le dimissioni di “u ministru” sono state vissute come un lutto. “Non abbiamo più un ministro”, dicono da destra e da sinistra. Già, manca l’intermediario con il potere, l’uomo che portava “le palanche”. E pace se la cricca gli avrebbe pagato una casa. Bisogna essere pragmatici. In Riviera il potere scajoliano non scricchiola: il nipote Marco è consigliere regionale e punta alla carica di sindaco di Imperia, una poltrona di famiglia, sarebbe il quarto Scajola a sedervisi, dopo il nonno Ferdinando, il padre Alessandro e lo zio Claudio. Ma il sistema ruota soprattutto intorno ad altri due perni: la Cassa di Risparmio di Genova e i rapporti con la Curia. Se il Comune di Imperia è casa Scajola, la Carige è la dependance. Nel cda siedono Alessandro Scajola (vicepresidente) e il suo consuocero Pietro Isnardi. Basta? No. C’è Pierluigi Vinai, vicepresidente della Fondazione Carige. Uno che ammette: “Io sono entrato grazie a Scajola”. Quel Vinai che il giorno delle dimissioni di Scajola rimase sul ponte della nave che sembrava affondare: “Questa è l’ora degli avvoltoi che si dissociano. Magari quelli che ho visto con il cappello in mano a pietire”.
L’amicizia con Bagnasco
Ecco, questo Vinai, uno dei trait d’union tra Scajola e il potere ecclesiastico. Già, perché “u ministru” e la sua signora sono sempre stati vicini alla Curia e al cardinale Angelo Bagnasco. È stato il presidente della Cei a consegnare a Scajola il premio San Francesco di Sales promosso dal Monastero della Visitazione. Il presidente della giuria era Maria Teresa Verda, moglie del vincitore. La stessa Verda che il cardinale Crescenzio Sepe, quando comandava Propaganda Fide, chiamò nel comitato scientifico per realizzare un museo con le opere della congregazione. Sì, proprio il cardinal Sepe finito nell’inchiesta sulla cricca.
Chi invece pare abbia un rapporto altalenante con Scajola è Marco Simeon, un personaggio il cui potere è inversamente proporzionale alla notorietà: 32 anni, figlio di un benzinaio di Sanremo, diventa il prediletto del cardinale Tarcisio Bertone. Anche per questo Cesare Geronzi lo ha nominato ambasciatore di Mediobanca in Vaticano. Fino alla nomina a direttore delle relazioni istituzionali e internazionali della Rai. Una parabola vertiginosa nonostante qualche recente grattacapo dovuto proprio alle frequentazioni con la cricca (né Simeon, né Scajola sono indagati). Simeon era in contatto, tra gli altri, con Fabio De Santis.
Le mani sul Pdl allo sbando
Ecco il potere scajoliano, miscela sapiente di personaggi partiti dalla Liguria e approdati a Roma. E dal genovese Colombo riparte la terza rinascita di Scajola. Obiettivo, racconta a mezza voce un deputato ligure del Pdl, “riprendere in mano l’organizzazione del partito allo sbando”. Il deputato Pdl Paolo Russo ha obiettivi piuttosto ambiziosi: “Colombo, per noi e per Scajola, è il condottiero (ma lo scopritore dell’America era un condottiero?, ndr) capace di credere fino in fondo ai propri sogni. Solo così è riuscito a cambiare la storia del genere umano”.
Da Il Fatto Quotidiano del 10 agosto 2010








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