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giovedì 24 giugno 2010

Made The Harbor Mountain Man


Molly Erin Sarle, una delle tre componenti (con Alexandra Sauser-Morning e Amelia Randall Meath) del trio neofolk Mountain Man, ha raccontato di aver iniziato a fare musica "per caso. La mia coinquilina possedeva una chitarra con tre sole corde buone, e dunque ho iniziato a scrivere canzoni con quelle tre sole corde". Partire da pochi elementi per arrivare al tutto. Sembrerebbe, se non la filosofia, il modus operandi di queste tre ragazze di Bennington, Vermont. Sì, perché se c'è un minimalismo strutturale (tanto in voga di questi tempi) che procede per sottrazione, e consiste nel prendere il superfluo e levarlo, lasciando lo scheletro delle cose, c'è per contro un minimalismo essenziale, che risiede invece nell'essenza stessa degli elementi che lo compongono; che procede non dal levare ma dall'aggiungere; dall'unire, dall'amalgamare gli elementi giusti, fermandosi non appena raggiungono il massimo dell'espressività.

Ed ecco a dimostrarlo l'album di debutto, Made The Harbor. Nessun fronzolo. Delle tredici brevi tracce che lo compongono (la presa diretta conferisce una straordinaria sensazione di intimità), ben cinque sono a cappella. Le altre sono accompagnate da una timida chitarra, e solo in una c'è un ancor più timido accenno di percussioni. Intrecciando solamente tre voci eteree, le tre Mountain Man tessono canzoni compiute, tredici brani leggeri come piume ma scintillanti e perfetti come diamanti.

Tre personalità diverse, tre formazioni musicali differenti per un album che definire folk è limitante. Si va dalle reminiscenze gospel di How I'm doing, alla severità episcopale di inni come Babylon o Mounthwings, alle più malinconiche o gioiose pastorali (Buffalo, Animal Tracks). Tutte le tracce sono un'immersione in una atmosfera magica, antica; e tutte profumano di grazia femminile e di amore sincero per il mondo, per la gente, per la natura.

Le tre ragazze, del resto, rifuggono dalle definizioni di genere. "La nostra musica è guardarci attorno con le nostre voci", spiega Sarle. Poetico, quanto criptico. Come del resto sono i testi: un fiorire di immagini della più classica tradizione folk americana, ma impregnati di una sensualità modernissima.

"Siederemo nelle scale sul retro/ e ti sussurrerò tra i capelli/ nell'aria d'estate. / E il sudore scivolerà dalle nostre schiene/ E seguiremo le piste degli animali" (Animal Tracks). "Ridammi le mie ossa/ poi potremo parlare. / Tra le lenzuola / c'eravamo solo tu ed io/ gridavamo così forte/ con uno sguardo fiero d'amore" (Dog Song).

E certo ascoltandole non si può non pensare al passato, in particolare a Micheal Hurley, tuttavia loro ci tengono a chiarire che la loro è musica contemporanea, espressione di idee ed esperienze non nuove ma viste dalla prospettiva corrente della nostra vita. Ed eccole, infatti, nella scuderia dalla Underwater People, etichetta indie tra le più interessanti della scena americana.

Sincere senza remore, acerbe quanto basta, pure come acqua di sorgente. Per chi va alla ricerca di se stesso nelle foreste della storia.

di Alice Mascheroni

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