
Stefano Bartezzaghi
La svolta pop del telegiornale di Minzolini non ha funzionato: gli ascolti crollano e il pubblico non premia scalette maliziose ed editoriali faziosi La rubrica libri del TgUno si chiama 'Billy', come una scaffalatura dell'Ikea. La rubrica sulla salute si chiama 'Doctors'. Serve altro? Ci sono dettagli che parlano da sé, così come quei tic linguistici tanto tipici ("Le presunte vittime della pedofilia") e i servizi di "alleggerimento" su gatti, "la movida dello spritz", la fitness delle mamme, e i video buffi che una volta andavano solo a 'Paperissima' e sugli schermi dei voli intercontinentali e ora vengono ramazzati su YouTube dalle redazioni dei telegiornali. Come pensare di digerire bevendo superalcolici: l'opinione è molto diffusa, ma non per questo diventa fondata.
Così fan tutti (chi più, chi meno), e tutti i tg perdono ascolti. Però il TgUno è il TgUno - un po' come Sanremo è Sanremo - e avrebbe tutta la potenza economica, tecnologica e istituzionale per, semplicemente, cambiare. Per esempio, ammettere che la svolta pop non è riuscita e non è risultato interessante il racconto di un'Italia in cui tutto è sempre un po' come al solito. Poi ci sarebbe anche il fatto della faziosità, ma poi c'è più politica nel paternalismo con cui il direttore Augusto Minzolini si rivolge a noi che in ciò che effettivamente comunica nei suoi editoriali; è ideologicamente più maliziosa la scaletta di quanto lo sia la faziosità dei suoi contenuti.
La deformazione è una brutta cosa, ma è anche peggio l'idea che il pubblico di un tg sia da consolare, sedare, distrarre: ovvero il presupposto, tanto autorevolmente enunciato anni fa, che il pubblico stesso sia uno studente di 12 anni e non vada neppure tanto bene a scuola.








Nessun commento:
Posta un commento