
di Paolo Tosatti
L'INTERVISTA. A colloquio con Magdalena Perez Vieda, da anni impegnata a denunciare il genocidio degli indigeni dell’Honduras minacciati da un intricato sistema d’interessi che mette insieme l’economia e la politica.
Ci chiamiamo Tolupan e siamo un popolo antichissimo, arrivato in Honduras 500 anni prima dei Maya. Discendiamo dagli Jokan Sioux, del nord degli Stati Uniti, e da millenni viviamo di semina, caccia e pesca. Il nostro rapporto con la natura è intimo e profondo: la Madre Tierra è la nostra unica fonte di vita, da lei nasciamo e a lei torniamo alla fine della nostra esistenza». Sembra un’antica leggenda quello che Magdalena Perez Vieda racconta sulle origini del suo popolo.
Mentre parla, seduta su una sedia nella nostra redazione, il suo sguardo si perde, la voce arriva da lontano; per un attimo Magdalena sembra abbandonare se stessa, tornare con la mente alla sua terra, tra la sua gente. In un luogo distante, che è stata costretta a lasciare quattro anni fa, quando le continue minacce alla sua vita e alla sua famiglia l’hanno obbligata ad abbandonare la propria terra, in cerca di una rifugio che ha trovato in Italia, dove vive dal 2006 come rifugiata politica.
Nel suo Paese ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità: è stata presidente della Coordinadora nacional de las mujeres indígenas e negras de Honduras (Conaminh) segretaria della Federación de tribus xiqaques de Iyoro (Fetrixi), rappresentante alla Secretaria de la tierra nella Confederación de pueblos antoctónos de Honduras, tesoriera del Consiglio direttivo della sua tribù. Anche dopo aver lasciato l’America Latina non ha mai smesso di denunciare con forza e coraggio il genocidio di cui è vittima il popolo Tolupan, che da anni è minacciato da un intricato sistema d’interessi che mette insieme multinazionali, il governo dell’Honduras, alcune società minerarie e grandi allevatori di bestiame.
«Tutti vogliono la nostra terra», spiega Magdalena, «che è ricca di legname, petrolio e minerali. Ma per la mia gente è impossibile abbandonarla: la nostra cultura si è sviluppata in simbiosi con essa e per noi è impensabile gestirla come una proprietà, o come un semplice bene materiale».
Quali metodi usano le multinazionali e gli allevatori per tentare di cacciarvi dal vostro territorio?
Minacce, intimidazioni, violenze e omicidi. Hanno messo in opera una strategia lunga ed estenuante che va avanti senza sosta contro tutte le popolazioni indigene dell’Honduras e contro di noi in particolare. Negli ultimi anni sono stati più di cinquanta gli esponenti della resistenza militante indigena a essere uccisi. Io stessa ho visto uccidere otto membri della mia famiglia, tra cui un fratello appena trentenne e mio suocero. E molti miei parenti hanno subito violenze: mio figlio è stato vittima di un’imboscata nel 2007. Viaggiava su una jeep con un cugino e alcuni uomini lo aspettavano in un punto stretto della strada. Erano armati di mitra. La jeep è stata raggiunta da più di cinquecento colpi ed è finita in un fosso. Per fortuna si sono salvati, ma sono rimasti seriamente feriti: mio figlio è stato colpito allo stomaco e ha quasi perso l’uso di una mano, mentre suo cugino è stato operato a entrambe le gambe. L’ultimo attacco risale al 20 marzo scorso, quando hanno ucciso un ragazzo di soli 23 anni per fare paura alla nostra comunità.
Come vi difendete?
La nostra è una resistenza pacifica e disarmata. L’unica cosa che possiamo fare di fronte ai sicari e agli assassini è scappare. In particolare la repressione contro la mia tribù, che si chiama Candelaria, è molto forte. Il governo ha assegnato la nostra terra a un suo fiduciario senza avere alcun diritto, e questi ha venduto la concessione per il taglio del legname a una multinazionale canadese, che ha trovato l’oro nel nostro sottosuolo. Inoltre ci ha preso di mira la famiglia Ferrera, formata da allevatori di bestiame e proprietari terrieri, che istiga quotidianamente gli altri allevatori a occupare le nostre terre e a mandarci via. Noi però resistiamo. Il mio è stato il primo popolo che in Honduras si è organizzato in una federazione. Nel 1985 infatti abbiamo dato vita alla Fetrixi, la Federación de tribus xiqaques de Iyoro. Xiqaques era la parola utilizzata dai conquistatori spagnoli per definire i ribelli che si opponevano al loro potere. E noi abbiamo pensato di continuare a utilizzarla, perché effettivamente ci sentiamo ribelli: abbiamo sempre cercato di vivere liberamente, in armonia con la terra. Seguendo il nostro esempio sono nate anche altre organizzazioni dei popoli nativi, e oggi tutte le popolazioni indigene sono riunite nella Federacion indigenas e negras de Honduras. Abbiamo anche contribuito alla formazione all’estero del Consejo indigena de Centro America con sede a Panama. Tutto questo, oggi più che mai, ha una grande importanza: ci sono casi in cui per non subire violenze alcuni di noi sono costretti a rinnegare la propria appartenenza. E invece una delle cose che più conta in questo momento è non perdere la nostra identità indigena.
La Costituzione dell’Honduras prevede all’articolo 346 la tutela dei popoli indigeni da parte dello Stato. Perché le istituzioni non fanno nulla?
Il governo non ha mai rispettato i nostri diritti e le nostra cultura ancestrale. Abbiamo lottato per anni per questo, siamo stati perseguitati, incarcerati, uccisi e abbiamo subito violenze di ogni genere. Esistono documenti antichi della Corona spagnola che attestano il possesso di molte terre dell’Honduras da parte del nostro popolo. L’esecutivo però li considera documenti senza importanza.
Come giudichi il presidente Porfirio Lobo Sosa? Pensi che la sua elezione porterà a un miglioramento della vostra situazione?
Quando era a capo del Congreso nacional (l’equivalente del Parlamento, ndr), Lobo Sosa ha partecipato ad alcuni tavoli per discutere dei problemi della popolazione Tolupan. Quindi da un punto di vista personale sono contenta che sia stato lui a vincere le elezioni. Però oggi non vedo nel governo una volontà di risolvere la questione indigena. Spero di sbagliarmi, ma troppo spesso il mondo della politica deve scendere a compromessi con quello degli affari e delle imprese.
Ci sono partiti o organizzazioni non indigeni che vi sostengono nella lotta?
Abbiamo avuto accanto soprattutto Tierra Madre, un’organizzazione diretta dal dottor Juan Almendares, che ci è stato molto vicino e ci ha anche appoggiato economicamente, e l’avvocato Marcelino Martinez, che dirige un’associazione di contadini. Se sono ancora viva è anche grazie a queste persone, che mi hanno aiutato a trovare la forza di lasciare la mia tribù per rifugiarmi in Italia. In passato abbiamo anche cercato di cercato di coinvolgere la Chiesa, prendendo contatti con il vescovo di Tegucigalpa, Óscar Andrés Rodríguez. Però non abbiamo ottenuto alcun appoggio concreto.
Dopo essere stata in Italia per quasi quattro anni ora hai deciso di partire per il Guatemala. Per quale motivo?
Quando sono arrivata qui speravo di poter andare in Spagna, accompagnata da un’organizzazione o dalle istituzioni, per cercare i documenti in grado di dimostrare che la terra in cui vive il mio popolo gli appartiene di diritto. Però non ci sono mai riuscita. E nessuna istituzione, nessun organismo dello Stato mi ha mai aiutato a denunciare la situazione che il mio popolo vive nel mio Paese. Noi rifugiati politici veniamo accolti in Italia e possiamo girare liberamente nel territorio nazionale. Io ringrazio il governo italiano per l’ospitalità che mi ha concesso. Credo però che ci sarebbe bisogno di fare di più. Perché dopo aver garantito l’asilo politico a una persona sarebbe necessario avviare un’indagine sul motivo che l’ha portata a fare quella richiesta. Altrimenti nessun problema si risolverà mai. Io mi sono salvata ma non sono riuscita a fare niente di concreto per aiutare il mio popolo. A volte mi sento viva solo esternamente. Non serve a nulla salvare una vita quando se ne perdono decine, centinaia ogni anno. Spero che in futuro lo Stato italiano possa fare di più per i rifugiati, non solo accogliendoli, ma anche aiutandoli a livello istituzionale e diplomatico a risolvere la situazione nel Paese che si lasciano alle spalle.
Un’ultima domanda. Oggi è la Giornata internazionale della Terra. Puoi provare a spiegarci qual è il vostro rapporto con la natura?
La terra è nostra madre. Il legame che noi abbiamo con il nostro territorio dura da più di 5.000 anni. Un tempo lunghissimo, che dimostra come il nostro rapporto con esso sia basato sul rispetto, l’equilibrio e l’armonia. In Honduras, ovunque ci sono popolazioni indigene la natura prospera forte e rigogliosa. Il resto del Paese invece sembra un deserto, soffocato dalla città e dall’inquinamento. Molti ci accusano di essere un freno allo sviluppo, di essere una cultura in ritardo, destinata a uniformarsi o scomparire. Credo sia esattamente vero il contrario: siamo rimasti tra i pochi a preoccuparci seriamente delle sorti del nostro pianeta. La nostra cultura può apparire invisibile e apparentemente insignificante. Ma vivere per migliaia di anni in armonia con la natura non è qualcosa che si impara dall’oggi all’indomani ed è questo quello che noi possiamo insegnare al resto del mondo. Gli altri ci parlano di futuro, ma non esisterà alcun futuro se continueremo a distruggere la Madre Tierra.








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