
MILANO- Gino Strada ha annunciato di aver querelato i quotidiani 'Il Giornale' e 'Libero' per i titoli dei giorni scorsi in cui si diceva che i tre operatori avevano confessato. "Ci aspettiamo un titolo - ha detto Gino Strada - con scritto sono innocenti. Ma la spazzatura non lo farà, continueranno a fare il loro sporco mestiere".
Gino Strada, aprendo la conferenza stampa, ha ricordato l'apertura dell'inchiesta per calunnia contro ignoti da parte della Procura della Repubblica di Roma. Strada ha ricordato che calunnie nei confronti dei tre operatori e di tutta Emergency sono state sollevate anche in Italia e a questo proposito ha mostrato due prime pagine del Giornale di Vittorio Feltri con titoli che annunciavano le confessioni da parte dei tre operatori dell'Ong. "Questa - ha detto Gino Strada - è spazzatura. Adesso ci aspettiamo che facciano un titolo a tutta pagina con la scritta 'Liberi, sono innocenti'" e ha mostrato una pagina virtuale composta da Emergency. "Non lo faranno - ha proseguito Gino Strada - andranno avanti a fare il loro sporco mestiere. Abbiamo querelato anche la mini spazzatura che è Libero". Gino Strada ha quindi assicurato che il primo obiettivo di Emergency ora è quello di riaprire l'ospedale di Lashkar Gah, per continuare a curare i feriti. Alla domanda se temono per la sicurezza, dopo ciò che è accaduto, e se stanno organizzando un diverso sistema per garantire l'incolumità a tutti, Strada ha replicato: "Non possiamo certo chiedere al nostro Governo di mettere parte dei militari attorno al nostro ospedale che, in questo caso, diventerebbe un bersaglio. Stiamo comunque valutando tutte le condizioni di sicurezza anche per capire chi ha organizzato questa sporca provocazione".
"Il nostro obiettivo è quello di riaprire l'ospedale di Lashkar Gah". Lo ha detto Gino Strada nel corso della conferenza stampa. "Stiamo avendo - ha spiegato - contatti con tutte le autorità afghane dalle quali abbiamo ricevuto solidarietà. Il responsabile di Emergency in Afghanistan ieri ha incontrato il vicepresidente che ha garantito l'impegno delle autorità afghane per la riapertura dell'ospedale".
Matteo Dell'Aira, uno degli operatori di Emergency arrestati a Lahkar Gah, è convinto che sia stato ordito un complotto contro Emergency che in Afghanistan oltre a curare i feriti ha fatto conoscere al mondo gli orrori della guerra. "Prima del 10 aprile, giorno dell'arresto - ha spiegato -, non abbiamo avuto alcuna avvisaglia. E' probabilmente corretto dire che quello che è accaduto è accaduto perché abbiamo raccontato la guerra. Ha dato fastidio perché abbiamo raccontato a tutti le storie dei nostri feriti, il 40% dei quali sono bambini. Questo non va dimenticato. Non si raccontano più le barzellette sulla guerra. Cito una frase che non è mia però é significativa e cioé 'la guerra e' odore di sangue, di morte e di merdà. Molti parlano senza mai aver visto i feriti". Anche Dell'Aira ha sottolineato l'impegno che ci sarà da parte di tutta l'Ong per riaprire l'ospedale.
OPERATORI, ANCHE IN CARCERE TROVATA TANTA UMANITA' - Hanno confessato di avere avuto paura ma di avere sempre avuto la speranza di uscire dal carcere a testa alta perché innocenti. I tre operatori di Emergency hanno anche voluto raccontare che nei nove giorni trascorsi in cella hanno trovato anche molta umanità. "Anche nei posti peggiori - ha raccontato Marco Garatti - puoi trovare una grande umanità". Matteo Dall'Aira ha raccontato di aver conosciuto un ragazzo afghano che parlava inglese che li ha aiutati: "Come ha detto Marco - ha spiegato - anche nei posti peggiori si può trovare tanta umanità e io sono fiero di appartenere all'umanità". Matteo Dell'Aira ha quindi raccontato che al momento dell'arresto nessuno di loro si è reso veramente conto di cosa stava accadendo: "Ho pensato molto alla mia famiglia e adesso sto scoprendo il grande affetto di tutto il popolo di Emergency. Un affetto che è per noi di grande conforto". Marco Garatti ha invece parlato del il pensiero fisso dei nove giorni di detenzione: "Pensavo che sarei potuto anche non uscire ma nello stesso tempo mi dicevo che sarei uscito con i miei compagni dopo un'ora. In carcere ci hanno anche chiesto se volevamo un legale perché dopo 72 ore di fermo la legge afghana lo prevede. Noi abbiamo detto di sì ma non abbiamo mai visto alcun legale". Matteo Pagani, in collegamento video da Roma, non si è ancora dato una spiegazione del perché di questo arresto: "Non dimentichiamoci - ha detto - che ciò che è stato fatto a noi é stato fatto anche ai cittadini afghani e ciò che è grave è stato chiuso l'ospedale. I pazienti non hanno più nessuna cura e nessuno può aiutarli". Pagani sui suoi giorni di detenzione ha ammesso di avere avuto paura: "In quelle condizioni non è facile pensare. Si può pensare positivo e illudersi e ci si fa del male. Io pensavo alla mia famiglia e ai miei amici e questo era molto di conforto".
ansa








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