"I Gorillaz si sono trasferiti a registrare in una deserta isola galleggiante nel profondo dei mari del Sud, fatta di detriti, scorie e rimasugli umani sciacquati dalle acque. Plastic Beach è il più lontano punto da qualsivoglia terra emersa che esiste sul globo; il luogo più deserto del pianeta."
Più che sul trip-hip-rock del debutto, il 3° dei Gorillaz sembra infatti virare, come sonorità, molto più sul folk-rock orchestrale dei The Good, the Bad and the Ugly, riarrangiato astutamente in chiave elettro-pop, in un sistema anacronistico che mostra, pur sempre nei giusti limiti, uno stile avverso, originale, e che al tempo stesso non manca di sorprendere. In Plastic Beach si spegne quasi completamente il surrogato di hip-hop danzereccio che sembrava essere, fino a poco tempo fa, l'autentico marchio distintivo della band. In compenso (e scusate se è poco) ci viene offerta una scelta ampiamente variegata di soul, funk e r&b, panorama disegnato e mischiato sapientemente grazie ad un imponente lavoro di 'packaging elettronico'.
16 tracks che sembrano questa volta articolarsi in botanici e policromi 'mondi paralleli': in realtà l'episodio iniziale, Welcome to the World of the Plastic Beach, sembra appena uscito dai quartieri malfamati di Harlem (l'assonanza Beach-Bitch si spreca), trasposti grazie all'inizio forse un po' troppo rappettuso e pruriginoso dell'ospite d'onore Snoop Doog.
Un fenomeno che per fortuna, con tutto il rispetto per il rapper statunitense, non si riproduce nelle track successive, dove il valore aggiunto di questo singolare agglomerato di artisti, ovvero la voce di Damon Albarn, finisce per trovare progressivamente riscontro nello spazio che merita.
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