
E' sempre difficile recensire un disco dei Massive Attack.
Vuoi perchè il duo di Bristol di norma è poco stereotipabile in un genere preciso: da chi li ritiene 'volgarmente' trip-hop (e se fosse così, assieme ai Portishead ne sono tutt'ora i pionieri assoluti), a chi, a ragion veduta, o meglio ad ascolto dato, ne coglie particolari sempre nuovi: tra funk, soul, trance, jazz ed innesti 'rock', sempre alternativamente parlando, ma soprattutto musica etnica e, talvolta, poco elettronica, il che rende le cose davvero complesse e dannatamente imprevedibili.
Aggettivi che si confermano in quest'ultimo Heligoland, 5° capitolo discografico della band (se escludiamo remix e raccolte varie). Un silenzio durato 7 anni quello di Robert Del Naja e Grant Marshall - l'ultimo 100th Window risale al 2003 -, che partorisce un progetto ambizioso, che in quanto ad innovazione (ed in parte, stile) sembra non tradire le attese.
Potremmo definirlo in molte maniere: album ostico, difficile, cervellotico, criptico - ma forse solo al primo ascolto -; in realtà Heligoland confida fin dall'inizio in un evidente punto fermo della band: la sperimentazione. Non è poco.
Gli Attacco Massivo si presentano come un raro caso di brand musicale odierno, che a dispetto della propria carriera, ormai ventennale, si mantiene sorprendentemente fedele alle proprie individualità empiriche e sperimentali.
I fasti sonori di Heligoland non prevedono Allegria (nella concezione più sobria del termine) o anche solo momenti di dubbia inconfutabilità. E' tutto estremamente controllato, frugale, misurato, e verrebbe quasi da dire, esistenzialmente ottimizzato.
E nonostante i migliori episodi siano quelli accompagnati dai 'guest' Damon Albarn (la ballad Saturday Come Slow è un piccolo capolavoro di songwriting), ma soprattutto Martina Topley Bird (Babel, Psyche), in assoluto una delle migliori voci inglesi in circolazione - dai lavori con Tricky al suo ultimo album solista, The Blue God, la signorina non sbaglia un colpo - sono in realtà i momenti atmosferici disegnati dal duo a instaurare un rapporto simbiotico con l'arcipelago heligolante.
Dal sapore jazzato di Pray for Rain, al vortice introspettivo di Girl I Love You, alle serpentine vaganti di Rush Minute: Tre brani che rasentano la Bjork di Homogenic e a tratti i Radiohead più psicopatici, quelli di Kid A e Amnesiac.
3D e Daddy G disegnano inquietudine, desolazione e paure. Solo in rari casi subiscono la propria impudenza. Tutto questo in un intrigante sfarzo sonoro, dove lo sguardo acuto per certi versi non può arrivare e non vuole arrivare.
L'emblema di questo combattuto ed encefalico album è la conclusiva Atlas Air, che termina con una stratificazione di synth da brividi. E su quest'ultima, possiamo dirlo, non ce n'è veramente per nessuno.
diego santoferrara








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